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Le cauchemar de Lovecraft

Traduction de Bruno Para, Eric Massera et Claire Belmas.
Les citations du Cauchemar d'Innsmouth sont reprises du recueil La Couleur tombée du ciel, traduit de l'américain par Jacques Papy (éditions Denoël, collection Présence du Futur).

Valerio EVANGELISTI

nooSFere, mars 2000
 FRANCE 
Traductions disponibles

          LA MASCHERA DI LOVECRAFT

          di Valerio Evangelisti



          Nel 1955, introducendo l'antologia francese Démons et merveilles, Jacques Bergier scriveva che, ancora in età adulta, Howard Phillips Lovecraft avrebbe ignorato totalmente cosa fossero un uomo, una donna, il denaro, la metropolitana, un cavallo. Bisogna diffidare di simile aneddotica, almeno quanto delle imprese di mare autoattribuitesi da Emilio Salgari. Il temperamento schizoide di Lovecraft e i contenuti delle sue opere hanno offerto il destro a una quantità di leggende, prime tra tutte quelle che hanno voluto vedere in lui un cultore dell'esoterismo e delle scienze occulte o, come nelle parole di Bergier, una sorta di alieno piovuto da chissà dove. Ne è risultata una cortina fumogena che, mentre ha fatto proliferare legioni di entusiasti e nuclei di detrattori, ha a lungo impedito una valutazione critica dei meriti e demeriti del « solitario di Providence » (espressione repellente che uso qui per la prima e ultima volta).
          La biografia del nostro non presenta, in realtà, elementi particolarmente pittoreschi. Come scrive egli stesso nel 1933, « la principale difficoltà nello scrivere un'autobiografia consiste per me nel trovare qualcosa di importante da metterci. La mia è stata un'esistenza quieta, modesta, priva di avvenimenti degni di nota : messa per iscritto, darà sicuramente l'impressione di una vita miseramente piatta e scialba ».

          E infatti è così. Nato a Providence, Rhode Island, nel 1890, vi trascorre un'infanzia malaticcia ma non del tutto infelice, sebbene il padre finisca in manicomio e la madre lo tormenti come può. Circondato da zie che lo accudiscono fino alla morte, campa alla meglio come giornalista dilettante, scrittore per riviste popolari e soprattutto ghost writer abbastanza quotato. Cerca di partecipare alla prima guerra mondiale nei ranghi della Guardia Nazionale, ma la madre glielo impedisce. Si sposa, ma il matrimonio si esaurisce dopo pochi mesi e le zie lo riconducono a casa. Viaggia un poco per gli Stati Uniti, con rare puntate nel Québec. Muore nel 1937 di un tumore all'intestino.
          Le vicende del suo tempo non lo appassionano più di tanto. Ammiratore dell'aristocrazia inglese, professa a lungo idee politiche reazionarie, fino a plaudire a Hitler di cui condivide il razzismo. Ma nello stesso tempo dichiara di far propria la critica marxista dell'economia, e di essere favorevole al collettivismo. Si innamora di Roosvelt e, nell'ultimo anno di vita, della socialdemocrazia svedese. Nessuna di queste scelte lascia su di lui un'impronta duratura. In pratica, di politica non capisce nulla.
          Più nette le idee filosofiche. Lettore fin dall'infanzia di testi scientifici, ateo convinto, professa un materialismo estremista e rigoroso. Ogni forma di superstizione suscita i suoi strali più violenti. Ancora giovanissimo, polemizza sulla stampa con un noto astrologo ; più tardi, collabora con l'illusionista Houdini alla stesura di un volume (mai completato) contro l'astrologia. Detesta l'occultismo e rimprovera i colleghi che, nella loro narrativa horror, ne riprendono il linguaggio. Si vanta di scansare con cura le librerie che espongono testi esoterici.
          Curiosa sorte, la sua. Il tuttologo Lacassin cercherà nei suoi racconti allusioni a percorsi iniziatici (riuscendovi, è ovvio : se ne trovano persino nei manuali di cucina). Lo stesso faranno i suoi primi esegeti italiani, tra un Campo Hobbit e l'altro. Sedicenti filosofi occulti si rifaranno al pantheon immaginario dei suoi racconti infiorando di citazioni abusive i loro grimoires. Verrà scomodata persino la massoneria di rito egizio, pur di accostare Lovecraft a ciò che più detestava.
          Miserie. Howard Phillips Lovecraft è rimasto miracolosamente grande malgrado ogni tentativo di avvilirlo a scribacchino new age. Anzi, grandissimo. Capire il perché resta il più grande mistero da decifrare sul suo conto.
          Va detto subito che, come scrittore, Lovecraft è barocco, ripetitivo, talora stucchevole. Quando non si tiene a freno sfiora l'illeggibilità : come nel suo noto saggio L'orrore soprannaturale in letteratura, in cui gli aggettivi sovrastano i concetti e i riassunti delle trame prendono il posto della strumentazione critica. Anche molti dei suoi racconti, soprattutto quelli scritti fino al 1920 e, in epoca successiva, il ciclo dunsanyano di Randolph Carter (La chiave d'argento, Alla ricerca del misterioso Kadath, Attraverso i cancelli della chiave d'argento, quest'ultimo frutto di una collaborazione con E. Hoffmann Price), risultano di una ridondanza fastidiosa, oltre a essere noiosissimi.
          La pubblicazione, in Italia, di ben quattro edizioni di opere più o meno complete (SugarCo, Fanucci, Mondadori, Newton Compton, tutte atroci eccetto la terza), in questo senso ha reso a Lovecraft un pessimo servizio. Bisogna arrivare fino a Orrore a Red Hook (1925) per scoprire da dove inizi il meglio. E, saltando a piè pari chiavi d'argento, sconosciute Kadath e montagne della follia (un centone indigeribile), nonché i due terzi della roba scritta con e per altri, concentrarsi su un pugno di titoli memorabili : Il richiamo di Cthulhu (1926), Il modello di Pickman (1926), Il caso di Charles Dexter Ward (1927), Il colore venuto dallo spazio (1927), L'orrore di Dunwich (1928), Colui che sussurrava nelle tenebre (1930), La maschera di Innsmouth (1931), La casa delle streghe (1932), La cosa sulla soglia (1933), L'ombra calata dal tempo (1935), L'abitatore del buio (1935). E quando dico memorabili, parlo sul serio.
          Prendiamo quello che è, a mio giudizio, un capolavoro assoluto : La maschera di Innsmouth. La suspense ha inizio dalle prime righe. La stampa ha dato notizia di numerosi arresti nella cittadina portuale di Innsmouth, ma nessuno degli arrestati è stato processato o condotto in carcere. In compenso, si sa che si è proceduto alla distruzione, col fuoco e la dinamite, di un quartiere fatiscente in prossimità del porto, fatto di bicocche « credute » vuote. Credute !
          Fulminante. Anche perché, subito dopo l'esordio, si impara che chi narra è all'origine di quegli arresti, e che ha deciso finalmente di « abbattere il muro di silenzio ». Silenzio su cosa ? Sul perché fu « costretto a fuggire freneticamente » da Innsmouth, il 16 luglio 1927. Nessuno, a questo punto, può più abbandonare la lettura. Signori, tanto di cappello a Lovecraft, così apparentemente inetto e così sostanzialmente efficace.
          Si prosegue con un viaggio in corriera. Alla biglietteria, il narratore viene informato che i viaggiatori sono rari. Tanto rari che non si capisce perché il gestore dell'autolinea si ostini a mantenerla attiva. Ma anche Innsmouth è un controsenso : « Ci sono più case disabitate che abitanti, e di attività commerciali neanche parlarne, tranne la pesca e qualche allevamento di aragoste ; fanno magri affari soltanto con Arkham e Ipswich. Una volta c'era qualche stabilimento, ma oggi non è rimasto quasi più niente, salvo un impianto per la raffinazione dell'oro che lavora poco o nulla. »
          Siamo avvertiti che, se Innsmouth resta in piedi, ci dev'essere sotto una motivazione anomala. Ma rimaniamo un attimo al dialogo alla biglietteria. Notiamo subito una peculiarità di Lovecraft. Non si tratta affatto di un dialogo, bensì di un monologo del bigliettaio. In Lovecraft non ci sono mai dialoghi, salvo che in alcuni racconti revisionati per conto terzi (il che ci autorizza a presumere che siano stati voluti o abbozzati dal committente) ; e anche quelli sono dialoghi per modo di dire. Impotenza dello scrittore a padroneggiare l'elemento più delicato del tessuto narrativo ? Può darsi. L'esito è comunque un prevalere incontrastato della visione soggettiva, tale da sottrarre spessore umano a ogni altro personaggio con cui l'io narrante, quale è di solito il protagonista, entra in rapporto. L'esito è duplice : da un lato un'accentuazione della suspense, visto che nessun occhio esterno permette di scorgere cosa ci sia « dietro l'angolo » ; d'altro lato, la netta sensazione che il confronto su cui si incentra la storia avvenga non con altri uomini, ma con un contesto assai più ampio e inquietante.
          Ed è proprio così. Lovecraft, in una lettera del 1927 al direttore di Weird Tales, spiegava senza ambiguità la concezione che presiedeva alla sua narrativa : « Per ottenere l'essenza dello straniamento temporale, spaziale e dimensionale bisogna rinunciare all'idea che concetti come quelli di vita organica, di bene o di male o altri attributi locali di una razza trascurabile e transitoria come quella umana abbiano un peso oggettivo. (...) Tengo a sottolineare, inoltre, che anche quando parlerò di avvenimenti terreni non insisterò mai sui valori e i sentimenti artificiali della narrativa popolare ». Dichiarazione un po' troppo impegnativa, visto che marca una presa di distanze dalla letteratura popolare che Lovecraft non ha mai realmente attuato (tutta la lettera, del resto, è all'insegna dell'ipocrisia, tra false minimizzazioni del proprio lavoro e sottintese lamentele per la presunta incomprensione di cui è vittima). Ma fa capire perché i personaggi lovecraftiani non abbiano mai interlocutori in carne e ossa, e si trovino regolarmente soli di fronte a un cosmo vuoto (o forse fin troppo pieno) e incomprensibile.
          .
          Sta di fatto che i dialoghi non hanno alcun peso, per mancanza di interlocutori con cui dialogare. Pare incredibile che Lovecraft scriva i suoi racconti più noti nello stesso periodo in cui, che so, un Dashiell Hammett scriveva Red Harvest e The glass key. In Hammett descrizioni ridotte al minimo, dialoghi scoppiettanti condotti con rara maestria. Sembra che lui e Lovecraft vivano in due Americhe diverse. E l'impressione è confermata dall'identità dei protagonisti della loro produzione letteraria. Le righe che ci presentano l'io narrante de La maschera di Innsmouth creano il ritratto a pastello di un giovane ammodino, di buona famiglia e di buona educazione, che ci figuriamo vestito con cravatta a farfalla e giacca sportiva a quadrettini. « Avevo deciso di festeggiare la maggiore età con un viaggio turistico, antiquario e genealogico nel New England » « Il bibliotecario mi diede un biglietto di presentazione per la conservatrice della locale società di studi storici, una certa signorina Anna Tilton, che abitava lì vicino, e dopo una breve spiegazione l'anziana signorina ebbe la gentilezza di farmi entrare nella sede chiusa dell'istituto, anche perché l'ora non era del tutto sconveniente » « Accompagnandomi alla porta, la cortese signorina... »

          Detto così, ci si aspetterebbe un esito dei più esilaranti. Invece non si ride affatto. Perché Lovecraft, nel mettere i suoi gagà — probabili repliche di se stesso — a confronto con l'ignoto, abbandona alla sua morsa gelida creature assolutamente fragili e indifese. Immaginate Continental Op o Sam Spade alle prese con un'antica divinità risorta dalla notte dei tempi. In quel caso sì che il risultato sarebbe stato comico. Invece un damerino involontariamente buffo costituisce la preda ideale per le tenebre. E per ciò che vi si acquatta.
          Ma torniamo a Innsmouth. Il narratore ha nell'autista della corriera un'anticipazione di ciò che troverà in città. Anzi, molto più di un'anticipazione : un abbozzo. « Doveva avere trenta, trentacinque anni, ma le bizzarre e profonde grinze ai lati del collo lo facevano sembrare più vecchio finché non si guardava il volto ottuso e inespressivo. Aveva la testa stretta, occhi d'un azzurro slavato che sembravano non chiudersi mai, naso piatto, fronte e mento sfuggenti, orecchi singolarmente atrofizzati. » Se aggiungiamo che l'individuo ha palmi e piedi enormi ed emana lezzo di pesce, è facile intuire che cosa ci attende.
          Ma solo intuire. Perché se l'incontro con l'autista avviene in piena luce, e la descrizione (molto più estesa del brano che ho riportato) è fin troppo dettagliata, l'impatto con le creature che popolano Innsmouth avverrà di notte, in penombra. Non scorgeremo quindi la figura intera dei mostri, ma solo, almeno sulle prime, qualche dettaglio. Che completeremo noi stessi sulla base dell'abbozzo che abbiamo potuto osservare, consapevoli che ciò che si nasconde nella penombra è molto peggio.
          Ecco quindi che il narratore, penetrato in città — un agglomerato di edifici fatiscenti, con interi isolati chiusi al visitatore e popolato da individui ambigui che portano i segni di chissà quale ignobile malattia — scorge attraverso i battenti socchiusi di un ex tempio massonico consacrato all'Ordine Esoterico di Dagon una figura che lo sconvolge. E' una creatura ingobbita, avvolta in curiosi paramenti e con una tiara sul capo, che passa per il riquadro della porta con passo strascicato. Si tratta chiaramente di un secondo abbozzo, ma di un abbozzo del peggio.
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