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La Science-Fiction italienne vers le déclin

Traduction de Jean-Pierre Fontana

Valerio EVANGELISTI

nooSFere, janvier 2002
 FRANCE 
Traductions disponibles

          LA FANTASCIENZA ITALIANA VERSO L'AUTUNNO

          di Valerio Evangelisti

          Va ammesso con sincerità. La “nuova ondata” della fantascienza italiana (prendo a referente la fantascienza, ma dietro di essa si nasconde il fantastico in generale) ha perduto una battaglia che sembrava già vinta. Da una condizione minoritaria, in un contesto dominato dallo strapotere anglosassone, si era passati in pochi anni all'egemonia. Tirature di decine di migliaia di copie, interesse della stampa e della critica, fine della preclusione verso i cognomi domestici, nascita di una forte professionalità e di una solidarietà tra chi opera nel campo.
          Di tutto ciò rimane poco o nulla. Il “miracolo” continua a riguardare tre autori, forse quattro. Siamo generosi, e diciamo cinque. Per il resto, il terreno è cosparso di cadaveri. Alla riunione dell'edizione 2000 del Premio Urania, il più prestigioso del settore, noi giurati ci siamo guardati perplessi : non sapevamo davvero chi premiare. Abbiamo dovuto forzare il regolamento e proclamare la vittoria di un ottimo scrittore — Francesco Grasso — che però era già stato premiato alcuni anni fa.
          Ci eravamo trovati fra le mani romanzi scontati, con trovate umoristiche da trivio, linguaggi modellati sulla peggiore narrativa rosa, imitazioni palesi e fredde di autori stranieri, esercizi di virtuosismo linguistico senza capo né coda. Insomma, uno sfacelo.
          Non avremmo dovuto stupirci troppo. Dopo il successo inatteso di alcuni autori italiani, le poche grandi case editrici specializzate in fantascienza, un tempo convinte che il campo fosse per sua natura dominio anglosassone, si sono persuase della tesi contraria. E hanno cominciato a pubblicare una pletora di dattiloscritti italiani giunti per posta, per canali amichevoli, tramite piccione viaggiatore, a prescindere da stile di scrittura, qualità del contenuto, grado di leggibilità.
          E' tornata la fantascienza avventurosa di infimo livello, che un tempo si pubblicava sotto pseudonimo ; quella basata sulla ripetizione all'infinito di temi collaudati ; quella pretesa umoristica, fondata sui giochi di parole e sugli ammiccamenti salaci ; quella che si vuole intellettuale e se ne frega della suspense e della scioltezza narrativa ; quella che fa del genere fantasy una sorta di bandiera politica dell'estrema destra.
          E' un vizio tipico dell'espressività italiana “di genere”. Si trova un filone redditizio, tipo il cinema peplum o il western-spaghetti. Al prodotto capostipite si fanno seguire decine, se non centinaia, di imitazioni. Le prime superano addirittura il modello ; le ultime lo imbrattano o lo volgono in caricatura. Finché il genere non muore per disgusto del pubblico.
          Se la pornografia, il western, il romanzo rosa possono infischiarsene della ripetitività, grazie a fruitori che forse la cercano, così non è per la fantascienza, o per il fantastico in generale. Qui è l'innovazione il motore propulsivo. Quando questo elemento manca, il pubblico volta le spalle. E fa benissimo. Ma così il genere muore.
          Il discorso sulla morte della fantascienza prescinde dal contesto italiano, caratterizzato oggi da una così spiccata vocazione al suicidio. Negli Stati Uniti storiche testate si estinguono, o cercano una loro effimera sopravvivenza su Internet. Secondo la testimonianza di Dan Simmons, un romanzo di fantascienza che vende trentamila copie è già un bestseller, e parecchie grosse catene di librerie, preso atto della situazione, hanno da tempo soppresso i settori specializzati in science fiction (quelli riservati all'horror non esistono ormai da anni, con l'unica eccezione personale di Stephen King).
          Ciò in un contesto che vede la fantascienza e il fantastico debordare in ogni angolo del sociale. A parte film e telefilm, troviamo fantascienza nella pubblicità, nei videogiochi, nella musica, nel fumetto, nell'informatica, nel linguaggio quotidiano. Forse era vocazione intrinseca di questo genere narrativo negare prima o poi se stesso e avere una proiezione mass-mediatica. Era l'unico ad avere colto l'importanza sociale delle trasformazioni tecnologiche ; è abbastanza logico che sia stato il primo a trasformarsi di conseguenza.
          Perché il suo nucleo motore — la forma letteraria — potesse sopravvivere, sarebbe stato necessario che avesse differenziato il proprio linguaggio da quello degli altri media. Invece ha finito per imitarlo. Dal mondo anglosassone ci giungono, sempre più spesso, romanzi che sono fumetti senza disegni, oppure telefilm senza immagini. Per non dire della tendenza, deleteria e puerile, a fare della fantascienza un surrogato, un poco più ardito ma succube al modello, della divulgazione scientifica. Intinto di un positivismo in cui non crede più nessuno, e meno che mai gli scienziati.
          Eppure Sturgeon, Dick, la Le Guin, Leiber, Vonnegut, Ballard, Maltzberg ecc., avevano indicato la strada giusta da battere : quella della complessità.
          Avendo l'espressione scritta rinunciato a quest'ultima, il giovane lettore preferisce la fantascienza con immagini, colori e animazioni. Non è mica scemo.
          E' un po' triste vedere come la fantascienza si suicidi proprio nel momento in cui la littérature blanche scopre e fa propri certi suoi moduli espressivi. Pynchon, De Lillo, Houellebecq, Chernov, Pelevin e tanti altri hanno scoperto, in anni recenti, che talune forme di un genere tra i più negletti erano idonee a conferire incisività ai contenuti che intendevano trasmettere. Esattamente come aveva fatto trentacinque anni fa Jean-Luc Godard col suo meraviglioso Alphaville, e più di recente Terry Gillian con l'altrettanto meraviglioso Brazil.
          Se gli strumenti del narrare sono finiti in mani altrui, mentre si sono impoveriti nelle proprie, è perché non si è avuto coscienza piena del loro valore. Il Noir agiva con consapevolezza fin dai tempi di Chandler e di Hammett, e non ha dovuto attendere Manchette per riflettere sul proprio profilo. La fantascienza, pur avendo annoverato riviste critiche e autocritiche di grande valore (SF Eye, Science Fiction Studies, Fiction, l'italiana Un'ambigua utopia, ecc.), ha spesso proceduto alla cieca e in ordine sparso. Accanto ad autori e a nuclei di appassionati interessati a una seria disamina, ha tollerato espressioni di se stessa futili e pagliaccesche, tratte di peso dal mondo dello spettacolo o della musica leggera. Ne sono un esempio le assurde conventions americane, con palloncini, sfilate in costume, folle in delirio per i loro idoli e discorsi all'insegna della stupidità, anche quando tenuti da persone intelligenti. E' chiaro che tutto ciò non poteva sedimentare nulla. La loro eredità è passata alle conventions di Star Trek o di Babylon V, identiche nelle forme ma molto più giustificate, perché generate dal cuore della società dello spettacolo.
          Taccio qui, per pudore, sulle conventions italiane, oscillanti tra il raduno di reduci attempati e la fiera di paese, con tanto di balli in costume e di assaggio di specialità alimentari locali — per non dire delle dotte conferenze su Il vino nella fantascienza e La birra nella fantascienza.
          Non vorrei apparire troppo pessimista. In tante sedi ho rivolto alla fantascienza e al fantastico elogi sperticati. Però un conto è possedere potenzialità innate, e un altro conto è saperle amministrare.
          In Italia non pare che ci siamo riusciti, anche se siamo arrivati a un palmo dal successo. Adesso, gli editori specializzati sono ridotti a ben poco : Fanucci, il più grande, la Editrice Nord e la Perseo Libri, con tirature infime e una vendita solo per corrispondenza. Altri editori, che pure esistono, vivacchiano ai margini del mercato. Vi sono poi le case editrici di tipo “generalista” che pubblicano più o meno regolarmente fantascienza. Di queste, solo Mondadori conserva una presenza importante sul mercato della s-f (e accoglie periodicamente autori italiani), ma ha visto calare in maniera impressionante il numero delle copie vendute. Anche la piccola Edizioni Shake resiste, però con grande difficoltà.
          Quanto alle riviste, non si possono considerare tali né la storica Urania (Mondadori), né la diretta rivale, Solaria (Fanucci) : si tratta di collezioni di romanzi vendute in edicola. Riviste sono invece Nova Sf e Futuro Europa (Perseo), ma non si trovano in nessuna libreria e possono essere acquistate solo per posta. Nel campo, le uniche a reggere sono le riviste on line (Il Corriere della Fantascienza, che pubblica tre numeri alla settimana, e il mensile Delos). Persino le fanzines hanno il fiato corto : o si sono trasferite su Internet, come Intercom o alcune altre, o vivono come possono. Forse la più vivace è Avatar, stampata a Milano.
          Una rivista abbastanza venduta in libreria è Carmilla, ma esce solo ogni sei mesi e non limita il proprio interesse alla narrativa fantastica, preferendo estenderlo a temi di tipo politico-ideologico.
          In sostanza, il bacino di lettori della fantascienza non supera oggi, in Italia, le 6-7.000 unità. Tre o quattro volte di meno di quanto avveniva solo cinque anni fa. Quanto alla s-f scritta da italiani, il suo spazio è ancor più ridotto. Con le eccezioni a cui accennavo.
          Perché alcuni autori italiani continuano ad avere successo, nella crisi generale ? Me lo chiedo anch'io. La mia unica certezza è che nessuno di questi scrittori si sforza di imitare il linguaggio di telefilm e videogiochi. Nessuno di essi si ritrae di fronte alla complessità. Nessuno si adagia in una formula o in uno schema precostituito. Nessuno, soprattutto, si attarda nella divulgazione scientifica di bassa lega.
          Esistono, tra costoro, le personalità capaci di ridare vitalità al fantastico e alla fantascienza, oggi moribondi ? Io sono convinto di sì. E' però necessario scoprire dove si acquatti l'elisir di lunga vita. Io non posso fornire che indizi.
          Traduction de Jean-Pierre Fontana

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