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Fragments d'un miroir brisé

Préface

Valerio EVANGELISTI

Fragments d'un miroir brisé. ed. Payot, 1999
 FRANCE 
Traductions disponibles

          LA FANTASCIENZA ITALIANA : UNO SPECCHIO IN FRANTUMI
          di Valerio Evangelisti

          Una fantascienza italiana è esistita fin dagli anni Cinquanta, ma da meno di un lustro ha cominciato a godere, nel nostro paese, di un'autentica popolarità. Le cause sono molteplici, e mi limito a segnalarne solo alcune. Esistevano fattori precisi di ordine socio-culturale che, fino a poco tempo fa, ostacolavano la nascita di una science fiction italiana di massa. L'arretratezza tecnologica del paese, la filosofia dominante (sia quella liberale di Benedetto Croce, che in nome dell'umanesimo induceva al disprezzo per la cultura scientifica, sia quella marxista di Palmiro Togliatti, che riteneva il realismo l'unica forma letteraria accettabile), la totale subalternità politica, militare, culturale agli Stati Uniti.
          E' da poco più di un decennio che queste remore hanno cominciato a perdere terreno. Soprattutto quella del ritardo tecnologico, forse la più grave. Ma il processo è stato lento, e ha riguardato sia la realtà che l'immaginazione. Negli anni Sessanta, o anche nei Settanta, sarebbe stato ben difficile supporre che un'astronave diretta, che so, ad Alpha Centauri, potesse avere un comandante di nome Riccardo Brambilla o Salvatore Cifiello. Più probabile che si chiamasse Robert Smith o John Wilson. E una letteratura che toccasse questi temi, in un paese votato (in realtà obbligato da precise volontà politiche) all'anglofilia più sfrenata, non poteva essere firmata da autori che portassero nomi troppo ruspanti. Il lettore avrebbe avvertito sentore di artificio e di dilettantismo.
          I primi romanzi di fantascienza di autore italiano — decine e decine — uscirono dunque quasi tutti sotto pseudonimo. E si trattava, nella maggior parte dei casi, di vera paccottiglia, scritta alla meno peggio da autori magari volonterosi (per lo più erano giovanissimi), ma il cui unico nutrimento letterario erano le pessime traduzioni della produzione anglosassone più scadente. Il pubblico cominciò presto a sospettare che i vari Robert Rainbell, Hugh Maylon, Louis Navire, Joe C. Karpati fossero in realtà modestissimi scrittori locali, anche perché il nome del supposto traduttore aveva qualche assonanza con lo pseudonimo. La diffidenza verso la fantascienza italiana crebbe a dismisura.
          Vi fu chi cercò di vincerla. Di tutti i primi tentativi, il più interessante fu quello azzardato da una pubblicazione chiamata “Futuro”, nata nel 1963 e aperta unicamente agli scrittori italiani. La volontà dichiarata era quella di usare la fantascienza quale veicolo per una letteratura senza aggettivi. Un'antitesi, quindi, al ciarpame degli autori dal cognome anglicizzato.
          Futuro” ebbe il merito di proporre scrittori veri, tra i migliori del periodo (e dei successivi). Lino Aldani, in primo luogo, poi Anna Rinonapoli, Piero Prosperi, Giuseppe Pederiali, Gilda Musa e altri ancora. Il modello era quasi sempre quello della fantascienza “sociologica” americana, quella degli Sheckley, dei Pohl, dei Tenn, dei Kornbluth (divulgata, in quegli anni, sia dalla collezione più diffusa, “Urania”, sia, soprattutto, da “Galaxy”, versione italiana dell'omonima rivista statunitense).
          Oggi molti di quei racconti risultano illeggibili. Troppo spesso all'inettitudine degli scribacchini sotto pseudonimo si sostituiva il velleitarismo, alla cattiva scrittura la scrittura pomposa e autocompiaciuta, condita da un impegno politico forse sincero, ma tanto dilettantesco da risultare di maniera.
          Lo stile, poi, era non di rado infarcito di ingenuità. Dialoghi interrotti da spiegazioni prolisse e superflue, paragrafi interminabili senza nessun punto e con una quantità di virgole, sperimentalismi atroci, trame che aspiravano all'ironia e finivano nella barzelletta. Eppure quello stile dilagò e fece scuola. Malgrado gli sforzi di pubblicazioni d'avanguardia (come la bellissima “Gamma” di Valentino De Carlo, che del resto reclutava scrittori professionisti), nel passaggio dagli anni Sessanta agli anni Settanta la narrativa di fantascienza italiana ritenuta più “matura” finì con l'assumere una precisa fisionomia negativa. Storie in cui il risvolto tecnologico-scientifico, o anche solo avveniristico, era volutamente messo ai margini ; azione ridotta al minimo, o del tutto assente ; soppressione totale del mistero e della suspense ; svolgimento minimalista a oltranza, spesso affidato al flusso di pensieri di un tale che aveva problemi col padre e con la suocera ; ambientazione provinciale o addirittura rurale.
          Agli autori italiani di science fiction, inclusi i più bravi, riuscì dunque un'impresa che altrove nessuno si era mai sognato di tentare : quella di dar vita a una fantascienza noiosa. Non puerile, mediocre, superficiale o anche francamente brutta. No, semplicemente noiosa, anzi, noiosissima.
          La risposta del pubblico fu quella prevedibile : la già radicata diffidenza verso la produzione nazionale si convertì in esplicita avversione. Gli interessati, però, erano troppo convinti di sfornare capolavori per prenderne atto e sforzarsi di cambiare rotta. Nacque invece la comoda favoletta del complotto degli editori, troppo incolti e troppo “commerciali” (e cosa mai avrebbero dovuto essere ?) per “aiutare” la fantascienza italiana a raggiungere edicole e librerie. All'editoria si chiedeva quindi uno sforzo di beneficenza, spacciato per “atto di coraggio” : pubblicare in perdita infischiandosene dei gusti dei lettori. L'ovvia risposta negativa non fece che alimentare la teoria del complotto.
          La prima svolta, a fronte di questa situazione stagnante, venne nel 1976-79 con l'apparizione della rivista “Robot”, diretta da Vittorio Curtoni, tuttora il maggiore esperto italiano di fantascienza e scrittore tra i più abili e raffinati. “Robot” ebbe il merito di far conoscere in Italia, e soprattutto di valorizzare, autori anglosassoni fino a quel momento trascurati, come Dick, Leiber, Ballard, Sturgeon, Vonnegut, Lafferty, inquadrandoli in un preciso discorso critico. Ciò influenzò profondamente i nostri scrittori, strappandoli alla sterile alternativa tra fantascienza “sociologica” e fantascienza “avventurosa” tra cui seguitavano a oscillare. Inoltre “Robot”, profondamente condizionata dalle lotte sociali del 1977, impostò un proprio discorso sulla fantascienza quale forma letteraria dalle ampie potenzialità critiche e antagonistiche. Tutto ciò ebbe un enorme peso tra i cultori italiani del genere, finalmente consapevoli del valore culturale, e in un certo senso anche ideologico, dello strumento che avevano in mano ; ma consci anche della necessità vitale di una narrazione moderna e avvincente, stringata ed efficace.
          Lo scrittore Vittorio Catani fu forse l'esponente più brillante e significativo della piccola “scuola” che si venne a creare in quel periodo fortunato ; ma ve ne furono molti altri, a cui “Robot”, e la rivista gemella “Un'ambigua utopia” (ancora più radicale sotto il profilo politico), offrirono la possibilità di rivolgersi a un pubblico non ancora di massa, ma più ampio che in passato. La vecchia fantascienza italiana di stampo dilettantesco e avventuroso sopravviveva, attestata attorno a pubblicazioni minori ; ma quella egemonica, dal punto di vista culturale, era quella che ho detto.
          Gli anni Ottanta sradicarono però quei germogli. L'antagonismo sociale fu spazzato via dall'Italia con un'opera di repressione metodica e talora feroce, indirizzata non solo contro le punte più estreme, ma contro il loro estesissimo retroterra. Contemporaneamente, si iniziò a guardare con sospetto ogni forma di cultura anche solo vagamente critica, vista come fucina di comportamenti criminosi e di disobbedienze dagli esiti nefasti. La fantascienza italiana, pur non essendo nel mirino, certo risentì del ritorno più o meno forzato a un conformismo di massa, instillato soprattutto alle giovani generazioni. Le riviste che ho citato, e altre che non ho citato, furono costrette a chiudere i battenti. Lasciarono un vuoto che nessuno sapeva come riempire.
          Vi provò, nel nuovo clima a lei favorevole, l'estrema destra. La sua presenza nel campo del fantastico risaliva ai primordi della fantascienza peninsulare, quando alcuni degli scrittori sotto pseudonimo avevano magnificato future Orde Nere impegnate a liberare l'universo dalla marmaglia marxista. Poi altri scrittori e critici meno grossolani, ma di eguale fede ideologica, avevano fatto perno su due autori, Tolkien e Lovecraft, per proporre una lettura del fantastico quale narrativa del mito, dell'esoterismo e del tempo immobile. Nelle prefazioni ai testi proposti da una casa editrice romana da loro controllata, quale che fosse l'autore del romanzo, il richiamo più frequente era quello alle dottrine di Julius Evola. Col paradosso di vedere scrittori notoriamente democratici o addirittura libertari, come Ellison, Knight, Silverberg, persino Dick, riletti in chiave misticheggiante o reazionaria.
          Gli anni Ottanta furono il trionfo di questa tendenza, che tuttora ispira gran parte del miserevole fandom organizzato. Curatori, scrittori e critici provenienti dalla destra più estrema, talora ispirata a un neonazismo scopertamente antisemita, talora al tradizionalismo cattolico, o ancora (in anni più recenti) a un conservatorismo ultraliberale in apparenza ma autoritario nella sostanza, cercarono di rimodellare il volto della fantascienza italiana a loro immagine. Non vi riuscirono che in minima parte. Il grosso pubblico rimaneva distante e distratto, la proposta culturale non faceva presa.
          Finché, giunti gli anni '90, i fautori della fantascienza in chiave nazi-esoterica non subirono la più clamorosa delle sconfitte. Dapprima vi fu l'apparizione dell'edizione italiana della “Isaac Asimov's Science Fiction Magazine” : una pubblicazione curata da Daniele Brolli, intellettuale versatile e di alto profilo, saggista, fumettista, curatore di collane, antologista, scrittore in proprio. Uno dei nomi chiave della cultura italiana contemporanea (curata da lui è la notissima antologia Gioventù cannibale, conosciuta anche in Francia).
          Fu sulla sua rivista che il termine cyberpunk, fino a quel momento legato a traduzioni sporadiche e abborracciate di Gibson e Sterling, acquistò un senso preciso ; che la fantascienza uscì dal proprio ghetto e si propose al mondo culturale, ricevendone risposte incuriosite o entusiastiche. Ma l'opera di Brolli, innovativa e persino devastante, era ancora d'avanguardia. Per fortuna, quasi simultaneamente, emersero scrittori italiani di science fiction divorati dalla voglia di narrare, di intessere trame, di catturare il lettore. L' “impegno” rimaneva, anzi si accentuava (almeno tre dei nuovi autori provenivano dal movimento del '77, o dalle sue propaggini), ma veniva depurato dalla sloganistica e dal ricorso alla parabola. La scrittura si faceva “americana” nelle forme, ma internazionale nella sostanza. La suspense riacquistava un ruolo centrale, il sense of wonder anche.
          E il pubblico, quel pubblico dato per perso, accorse a frotte. Tanto che, oggi, un romanzo di fantascienza firmato da un italiano ha molte più possibilità di vendere in Italia, e di interessare la critica, di un analogo prodotto straniero. Incredibile ma vero.
          Per non dire delle reazioni del mondo letterario. Ha fatto scalpore il numero speciale con cui “Urania” ha voluto celebrare, nel 1997, il proprio quarantacinquesimo anniversario : un'antologia, intitolata Tutti i denti del mostro sono perfetti, in cui i nuovi autori italiani di fantascienza erano affiancati da alcuni dei più noti scrittori di letteratura generale. Ma non su un piano di parità : i secondi erano stati convocati non per dare lustro ai primi, ma per rendere omaggio a un genere, la fantascienza, che la cultura italiana aveva voluto ignorare, ma di cui ora doveva riconoscere la ricchezza. Il libro è subito diventato un bestseller.
          Ciò che accomuna gli autori di cui parlo è comunque la convinzione che la fantascienza sia una lettura metaforica non del futuro, ma del presente. La loro fortuna è forse sintomo del riemergere di una nuova consapevolezza, non solo nella letteratura, bensì, mi auguro, anche in ambito sociale. Ma siamo ai primi vagiti, ed è presto per dirlo.

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